Agosto 2026

Dieci ragazze

Lucio Battisti

Agosto brucia e dimentica.

È il mese della superficie: pelle al sole, risate troppo forti, notti che sembrano non dover finire mai.

È il mese in cui si recita la leggerezza con una convinzione che, a volte, diventa vera. In cui ci si convince che bastino una spiaggia e una storia nuova per rimettere tutto a posto.

Le storie di agosto non chiedono di durare. Lo sappiamo già dall’inizio, e forse è proprio per questo che ci buttiamo dentro con così poca prudenza.

Sono storie che bruciano veloci, che si consumano nell’arco di un tramonto o di una settimana, che lasciano dietro di sé il ricordo di qualcosa che non è mai diventato abbastanza.

Dieci storie. Dieci volti. Dieci tentativi di trovare in qualcun altro ciò che non riusciamo ancora a nominare in noi stessi.

C’è qualcosa di onesto in questo cercare. E qualcosa di malinconico. Ogni incontro è genuino nel momento in cui accade, eppure non riesce a fermarsi, a radicarsi, a diventare casa. Si ripete il copione senza capire che il problema non è il cast, ma il copione stesso.

Eppure, mentre si correva da una storia all’altra, c’era qualcuno che non si muoveva. Che restava. Che sistemava le cose sul tavolo e fischiettava distratta una canzone alla radio, come se il mondo non stesse bruciando fuori dalla finestra.

Come se aspettare fosse la cosa più naturale del mondo.

Non lo vedevamo, allora.

O forse lo vedevamo e fingevano di non capire, perché capire avrebbe significato smettere di cercare altrove.

Agosto ci insegna questa lezione con la crudeltà silenziosa che appartiene solo all’estate: che non è negli incontri fugaci che troviamo noi stessi, ma nel momento in cui smettiamo di fuggire. Che la libertà che cercavamo in quelle storie senza futuro era solo il riflesso distorto di qualcosa che avevamo già, e che non sapevamo riconoscere.

Le dieci ragazze passano.

Ognuna lascia una traccia sottile, un rimpianto leggero, la sensazione di aver sfiorato qualcosa senza afferrarlo davvero.
Ma la voce che fischiettava in cucina è ancora lì.

E quando l’estate finisce, quando il rumore si spegne e resta solo il silenzio di settembre, è quella la voce che si sente per prima. Quella che non ha mai chiesto di essere cercata perché non ha mai smesso di esserci.

Agosto insegna cosa non siamo. Il resto dell’anno, se siamo fortunati, ci insegna chi è rimasto.