Emozioni
Lucio Battisti

Febbraio è il mese in cui le emozioni smettono di obbedire.
Non seguono una linea, non rispettano un ordine, non si lasciano facilmente raccontare.
Sono come un paesaggio visto al crepuscolo: riconosci i contorni, ma qualcosa sfugge sempre.
È un tempo sospeso, febbraio.
Non ha più l’energia ruvida degli inizi, ma non possiede ancora la fiducia della rinascita.
È fatto di attese, di silenzi più lunghi, di strade percorse con una cautela che non è paura, ma ascolto.
Ci sono Emozioni che non vogliono essere comprese fino in fondo.
Non perché siano oscure, ma perché appartengono a una zona più profonda di noi, quella che precede il linguaggio.
Sono fatte di immagini improvvise, di sensazioni fisiche, di intuizioni che arrivano prima del pensiero.
Febbraio parla di questa alternanza continua: luce e ombra, slancio e ritiro, desiderio di capire e necessità di accettare.
C’è qualcosa dentro che non si può spiegare.
Qualcosa che non chiede analisi, ma spazio.
È il paesaggio che vediamo quando chiudiamo gli occhi e smettiamo di raccontarci storie ordinate.
Un luogo fatto di brughiera appena fuori casa, di fari spenti nella notte, di un airone che passa sopra l’acqua senza lasciare traccia.
Immagini che non servono a spiegare, ma a sentire.
Da bambini lo sapevamo.
Prima ancora di imparare a nominare le Emozioni, le abitavamo così: intere, contraddittorie, potenti.
E spesso era una madre a riconoscerle prima di noi, a leggerle nei gesti, nei silenzi, negli sguardi.
Una madre non chiede chiarezza.
Non pretende coerenza.
Accoglie ciò che c’è.
Febbraio ci invita a fare lo stesso con noi stessi e con gli altri.
A non forzare le risposte.
A non pretendere che ogni stato d’animo diventi subito una decisione, una direzione, un progetto.
Anche nel lavoro, anche nelle relazioni, esistono fasi che non producono risultati immediati.
Sono momenti di assestamento, di ascolto, di comprensione silenziosa.
Tempi necessari, anche se poco visibili.
Febbraio non chiede di risolvere.
Chiede di restare.
E forse il suo insegnamento più profondo è proprio questo: ricordarci che alcune parti di noi non hanno bisogno di essere chiarite, ma semplicemente riconosciute.
Tenute.
Abbracciate.