Calendario Guttadauro 2026

Calendario Guttadauro 2026

Anche per te

Lucio Battisti
Calendario Guttadauro 2026

Questo progetto nasce da un gesto silenzioso, dall’attenzione con cui si custodiscono le cose a cui si tiene davvero, un filo sottile che collega passato e presente, memoria e quotidianità.

Il Calendario Guttadauro 2026 nasce così: non come un’abitudine, ma come un atto consapevole, un segno di cura che accompagna i giorni e abita gli spazi del lavoro e della vita, lasciando tracce leggere di bellezza, ascolto e riflessione.

Tra le sue pagine prende corpo la figura della madre, presenza che accoglie, comprende, sostiene, ma sa anche lasciare andare; luogo di dolore e di speranza silenziosa, radice e riparo, memoria affettiva. Un amore che non si impone, spesso nascosto, e proprio per questo diventa potente, profondo, indispensabile.

A guidare la mano dell’illustratrice Silvia Franchini, sono melodie che appartengono a tutti e che sembrano scritte sul cuore: i brani di Lucio Battisti, custodi di emozioni che attraversano il tempo e non smettono di parlarci.

Ogni tavola nasce da una canzone, trasformata in paesaggio, colore, respiro. Non un’interpretazione letterale, ma emotiva: note e parole diventano atmosfere, segni visivi, immagini che respirano il ritmo delle stagioni interiori. Nei mesi freddi i colori si sospendono, raccolti e silenziosi; poi si aprono, pieni e luminosi, come luce che si espande; e infine tornano a un morbido calore, mentre l’anno si avvicina al suo compimento. Illustrazioni diverse, ognuna con la sua voce, tutte legate dallo stesso filo invisibile: l’amore che ci ha insegnato a diventare ciò che siamo, che cambia forma senza mai svanire.

Il Calendario Guttadauro 2026 è questo: un gesto di attenzione, un invito a ricordarci una presenza, un ricordo, una sensazione. Un modo per ricordarci che la bellezza non è un lusso, ma una celta quotidiana, e che anche nel silenzio esiste una figura che protegge e dona la vita.


Presenza, ricordo, sensazione

C’era una volta una madre… o una mamma… o forse mille madri diverse, racchiuse nello stesso cuore…
c’era una volta il suo modo di camminare in casa, lieve e stanco allo stesso tempo…
il suo sistemare le cose sul tavolo, il suo fischiettare distratto una canzone alla radio… sempre quella, sempre lui…
Battisti che scivolava dalle stanze come una carezza… una colonna sonora che non abbiamo scelto, ma che ci ha scelti…
perché certe canzoni sembrano sapere tutto di noi, prima ancora che noi sappiamo qualcosa di noi stessi…

C’è un filo invisibile che non si spezza, anche quando la vita ci trascina lontano, anche quando il tempo scava solchi
sulla pelle e negli occhi… è il filo che lega un figlio alla propria madre… un filo fatto di gesti minimi e silenziosi, di parole mai dette
e di sguardi che gridano verità che nessuno osa pronunciare… quante volte ci siamo voltati indietro per cercare quella mano?
Quante volte abbiamo fatto finta di non vederla, quella luce ostinata che brillava dietro di noi… eppure… ci guidava sempre…

Una madre è un porto e una tempesta… è il tepore di una cucina all’alba e il gelo di una porta chiusa quando si litiga…
è quella voce che ci rimprovera, ma che sa anche piegarsi in un sussurro per chiederci scusa senza pronunciarlo mai…
ci sono giorni in cui sembra infinita… e altri in cui ci accorgiamo, improvvisamente, che è mortale, fragile, umana…
perché nessuno ci insegna a vedere la madre come una donna… con i suoi dolori, le sue rinunce, le sue battaglie nascoste…
i suoi sogni tenuti da parte… le sue emozioni che non ha mai avuto il tempo di nominare…

Ti ricordi, mamma, quante notti hai vegliato mentre io dormivo…? Ti ricordi le mani screpolate, i sorrisi finti per proteggermi dalle tue paure…?
Io, accecato dal mio futuro, non vedevo il tuo presente… eppure eri lì… sempre… sempre…
come quella canzone alla finestra, quando fuori era buio e dentro una piccola luce restava accesa…
una canzone del sole anche d’inverno, quando tutto sembrava più freddo e lontano…
tu accendevi la radio, e all’improvviso il mondo si scaldava un po’…

Crescendo ho scoperto che ogni stagione della mia vita ha avuto il suo suono… l’inverno dei silenzi testardi… la primavera dei passi incerti…
l’estate delle risate troppo forti per nascondere la paura di crescere… l’autunno delle partenze e dei ritorni…
e, in sottofondo, sempre le tue canzoni… un’avventura che ricominciava ogni volta che chiudevo la porta di casa e provavo ad andare via…
io che cercavo il mio posto nel mondo… tu che, senza dirlo, speravi che nessun posto mi sembrasse mai casa come le tue braccia…

Ci sono stati giorni in cui ti sentivo vicina come un abbraccio stretto…
e giorni in cui ti percepivo lontana come una collina dei ciliegi che non riuscivo a raggiungere…
vedevo da lontano i tuoi alberi in fiore… ma non trovavo mai il sentiero giusto per arrivare fin lì… e allora restavo a metà…
io vorrei… non vorrei… ma se vuoi… sospeso tra il bisogno di te e il desiderio di essere altro, altrove, diverso… in lotta con me stesso, più che con te…

Quante volte ti sei chiesta se eri abbastanza…? Quante volte hai ingoiato lacrime per mostrarti forte davanti a me…?
E io, cieco, ho creduto che fossi invincibile, che non avessi bisogno di niente… ma ora capisco che anche tu avevi bisogno
di qualcuno che ti stringesse, che ti dicesse: “Va tutto bene, mamma… sei tu la mia casa…” e forse nessuno te l’ha detto abbastanza…
forse neanche io… preso dalle mie corse, dalle mie dieci rughe in più, dalle mie dieci storie finite male,
dalle mie dieci ragazze che passavano e non restavano… mentre tu… tu restavi…

In certe mattine di luce chiara… mi sembrava di vederti diversa… non solo madre, ma donna… una donna per amico…
con cui avrei potuto parlare di tutto… dei miei amori stonati… delle mie scelte sbagliate… dei miei sogni storti…
eppure non trovavo mai le parole… e allora ascoltavamo musica… acqua azzurra, acqua chiara che lavava i pensieri…
e io imparavo da te che l’amore non è perfetto… è fatto di tentativi, di inciampi, di strade prese al contrario…
ma è l’unica cosa che, anche quando fa male, vale sempre la pena…

E allora, dimmi, mamma: chi consola chi…? Sei tu che hai dato la vita a me, o io che la devo restituire a te,
imparando a starti accanto, ora che le tue mani tremano un po’ di più…? Siamo davvero pronti a dirci tutto quello
che non abbiamo detto…? O aspetteremo che il tempo ci rubi questa possibilità…? Guardo le tue foto da giovane…
un nastro rosa tra i capelli, un sorriso timido, gli occhi pieni di promesse che non conosco…
e mi chiedo quante cose hai lasciato andare… quante rinunce hai fatto… quante volte hai scelto me al posto di te stessa…

C’è un punto in cui il racconto diventa un grido… e il mio grido è questo: perdonami per tutte le volte che non ho visto la donna che eri,
dietro al ruolo che hai scelto o che ti è stato imposto… perdonami per i silenzi, per le fughe, per gli occhi abbassati…
perdonami perché, nonostante tutto, tu mi hai amato come nessuno mai… e io ho imparato troppo tardi che l’amore non è scontato…
non è eterno… non è immune all’usura del tempo… e tuttavia, con te, sembra sempre ricominciare… ancora tu…
ogni volta che pensavo di esserne lontano, ti ritrovavo in un gesto, in una frase, in una canzone alla radio…

Ogni istante con te è stato fatto di piccoli frammenti… emozioni minuscole e giganti allo stesso tempo…
emozioni che non sapevo nominare, ma che adesso riconosco una ad una…
erano nei pomeriggi di pioggia, quando restavamo chiusi in casa e tu riempivi il silenzio con storie inventate…
erano nei giorni di sole, quando mi portavi a vedere i giardini…
non sapevo ancora che un giorno li avrei chiamati giardini di marzo, con dentro tutta la mia infanzia…
le scarpe sporche di terra… le mani fredde ma felici… la tua voce che mi chiamava da lontano…

E intanto il tempo passava… come passano le stagioni… senza chiedere il permesso…
la nostra vita si colorava e scoloriva, proprio come le immagini di un calendario appeso al muro…
c’erano mesi pieni di luce, saturi di colori… e mesi spenti, con toni più morbidi, più tenui,
quasi a ricordarci che tutto nasce, cresce, sfiorisce… ma l’essenza resta… così è anche il nostro legame…
a volte esplode come un’estate addosso… altre volte si raccoglie in un autunno dolce e malinconico…
eppure è sempre lì… non si esaurisce… non si arrende…

Un giorno ho capito che il tuo amore era il mio canto libero… quello che mi ha insegnato ad alzare la testa…
a credere nella libertà di essere me stesso… anche quando il mondo sembrava dire il contrario…
e allora ho pensato che forse tutta questa storia… tutte queste immagini… tutte queste canzoni…
possono essere un modo per dirti grazie… per dirvi grazie…
a te e a tutte le madri che, come te, hanno amato nel silenzio, nella fatica, nella gioia e nella paura…
senza manuali, senza istruzioni… solo seguendo quel battito misterioso che le lega ai propri figli…

Questa non è solo una dedica, è una confessione… è la resa di chi capisce che l’amore più grande è anche quello più imperfetto…
più intriso di sacrificio e di orgoglio… è l’urlo di chi, finalmente, riconosce che dietro al mito della madre c’è una persona…
una donna che ha avuto un artista preferito, una canzone segreta per piangere, una per ridere, una per ricominciare…
e forse, guardando queste immagini, qualcuno riconoscerà la propria…
in un riflesso, in un colore, in un dettaglio… in una strofa che risuona sottovoce dentro di sé…

E in questo riconoscimento, qualcosa esplode… un climax di gratitudine, di dolore, di nostalgia…
perché la madre è l’inizio e la fine… la radice e il vento… è un abbraccio che resiste a tutto, perfino al tempo…
e mentre ti scrivo, mamma, piango… ma sono lacrime che lavano via la distanza, che sciolgono la corazza…
perché ogni pagina, ogni canzone, ogni illustrazione… è anche per te…
per ciò che sei stata, per ciò che sei, per ciò che continuerai ad essere in me…

Perché, se c’è una certezza, è che in qualunque posto andrò… ovunque la vita mi trascinerà…
ci sarà sempre un pezzo di te in me… nei miei gesti quotidiani… nelle mie scelte improvvise… nei miei silenzi ostinati…
e finché vivrò, ti porterò dentro… come un faro… come una ferita… come una benedizione…
come una musica che non smette mai davvero di suonare…

Da un’idea di Edoardo Guttadauro
(Copertina ispirata a: Anche per te – Lucio Battisti)